postato da GroudyBlue [Chiara Marra] alle ore 08:18
05/11/2009




Organetti e valzer francesi,flauti e  atmosfere boscherecce, un treno a vapore tra la romance d’oltralpe e la verve musicale della Mitteleuropa tra violini, chitarre e cornamuse. Atmosfere vicine e lontane coadiuvate in un piacevole disco tutto italiano del quartetto L’Escargot. Sangue pugliese nei loro mille strumenti musicali, per un disco questo Corri,titolo – ossimoro per un  progetto d’esordio che è un tripudio polistrumentista, nato con calma, autoprodotto, suonato con intelligenza e maestria ma gradevole all’orecchio di un pubblico vasto nel suo essere strumentale e articolato ma gradevolissimo sull’orlo delle sensazioni colorite.

 

Torna in mente il lieve paragone con il mood di Yann Tiersen ma in una colorazione molto più gaia e gioviale acquerellata nelle mille sfumature di una miriade di strumenti musicali, tutto in acustico: Alessandro Pipino (già noto per la collaborazione con il duo Radiodevish) alle tastiere,  Massimo La Zazzera (membro dei Musica Officinalis, concept band di musica etnica e medievale) ai fiati e alle percussioni, Stefania Ladisa (Radicanto) alla viola e al violino e Adolfo La Volpe (ricordiamo la sua Diomira Invisible Ensemble, quartetto jazz rock oltre alle sue innumerevoli collaborazioni) alle corde di chitarre e basso

 

Fabula e magia che s’innesta con il brano Moqida attraversando unidici brani dall’alto potenziale espressivo e visionario che accompagnano in un viaggio sonoro caldo denso di comunicativita, ora tradizionale come l’adagio al pianoforte e flauto di Desert, ora più estroverso e giocoso come per la Vecchia Singer, quasi una ballata da Hobbit di tolkeniana memoria che sul filo dell’organetto creano un disco dal piacevole fil rouge rustico e da romance di carattere leggiadro e a volte buffo come nel bellissimo brano In Cammino, colonna sonora di un simpatico spot della Regione Puglia che rende bene il suo significato immaginifico, guardate qui e dopo un viaggio tra l’Oltralpe e il folk nordico,le chitarre su Mauve recuperano sonorità più densamente mediterranee. Ma un disco scrigno come questo continua a disseminare piccole e grandi sorprese, le cornamuse su Corri in una dimensione nuovamente irish per inaugurare una scia finale di una lumaca disseminata di  effetti, stavolta più introspettiva.

 

Un disco finissimo, vivamente consigliato. Brillante nelle composizioni e nelle esecuzioni all’insegna di una poetica strumentale chiaramente visiva e leggibile con una meraviglia trasversale di suoni comune a pochi altri esempi musicali, consigliato!!

 

 

 L’ESCARGOT: LA FORMAZIONE


 

Alessandro Pipino - organetti diatonici, fisarmonica, concertina,pianoforte, glockenspiel, kalimba, bulbul tarang, harmonium indiano, percussioni

 

Massimo La Zazzera - flauti, chalumeau, bansuri, sansula, fischietto a coulisse, duduk, sansula, percussioni

 

Stefania Ladisa - violino, viola

 

Adolfo La Volpe - chitarra classica e acustica, chitarra portoghese, banjo, basso acustica

TRACKLIST 

 

01. Magida
02. Desert
03. La Vecchia Singer
04. Norma
05. In Cammino
06. Mauve
07. Corri
08. Come Le Foglie
09. Kalaniemi
10. Valle Dei Treni Interi
11. Das Ende Der Dinge

 

L’INTERVISTA   (con Alessandro Pipino)
 

1.Alessandro Pipino, Massimo La Zazzera, Stefania Ladisa e Adolfo La Volpe. Quattro compositori e quattro poli-strumentisti. Come il progetto L’Escargot ha reso possibile questo sodalizio?

il fatto di essere polistrumentisti ci ha aiutato molto, avere a disposizione più strumenti per dare il proprio contributo non può che facilitare il proprio compito,
possiamo cercare di essere fantasiosi e originali nel metterci al servizio della composizione.

2.Corri è un disco nato con tutta la calma e la posatezza creativa. Un disco autoprodotto. Mi spieghi questa scelta?

Eravamo in grado di registrare da soli il master, per cui alla fine non si è trattato di un grosso sacrificio, in questo momento storico le "case discografiche"non sono in grado di garantire granché, meglio puntare su internet, promuoverci da soli e cercare di fare tanti concerti...

3.Il vostro progetto è soprattutto un crogiuolo di musica strumentale. È stato chiaro fin dall’inizio questo punto?

Quando ci siamo formati suonavamo brani strumentali, poi abbiamo messo in circolo le nostre composizioni, non è mai stata prevista una voce, non ce lo siamo detto ma era chiaro fin dall'inizio che sarebbe stato un progetto strumentale, per il futuro non so dire se confermeremo in toto
questa condizione, al momento sembra di sì...

4.Melodie romanze, valzer francesi, atmosfere folk… c’è stata un’influenza comune che vi ha portato a questi sentieri?

L'uso dell'organetto diatonico ha abbastanza condizionato il repertorio dei nostri inizi,
suonavamo brani di compositori francesi e dalle nostre parti (la Puglia) eravamo gli unici a farlo, ci piacevano (e ci piacciono ancora tantissimo) i brani di altri organettisti come Marc Perrone, Stéphane Delicq, Christian Oller... Adesso ovviamente le nostre composizioni hanno la precedenza e forse risentono un po' di quel sound che ci ha unito.

5.Parliamo ancora del polistrumentismo, per ogni singolo musicista del gruppo, come è stata vissuta la scelta degli strumenti da utilizzare in ogni singolo brano e come tutto questo si concilia con gli eventi live della band?

Quando ci incontriamo per provare ognuno di noi è circondato dai propri strumenti,come se ognuno di noi avesse una tavolozza di colori per dipingere un unico quadro.
Massimo non è solo un flautista, è un jolly incredibile, puo' "svoltare" il sound di un brano in modo sempre sorprendente, ogni volta è un piccolo miracolo che si ripete! A fine concerto infatti è sempre catturato da qualcuno incuriosito dai suoi piccoli gioielli.
Recentemente ha anche tenuto una bella mostra dei suoi tanti strumenti...
Adolfo ha una notevole collezionedi strumenti a corda, spesso in concerto deve sacrificarsi in un lavoro oscuro di sostegno armonico ma è un musicista geniale,
consiglio di ascoltare alcuni suoi lavori su myspace. Lo abbiamo anche nominato, suo malgrado, nostro speaker ufficiale durante i concerti.
Stefania sceglie a fondamentalmente fra il violino e la viola, il suo variare
lo si trova maggiormente nel suo approccio, puo' essere molto classico o decisamente non convenzionale!
Io suono soprattutto strumenti ad ancia libera l'organetto su tutti, poi la fisarmonica, la concertina più qualche giocattolo.
Per i concerti tendiamo a portarci dietro quanti più strumenti possibile ed in genere i brani suonano all'incirca come sul CD, l'unica vera rinuncia è il pianoforte.

6.Progetto musicalmente intelligente ma estremamente friendly all’orecchio dei più. L’Escargot ha altri progetti discografici per il futuro?

Abbiamo iniziato ad arrangiare i nuovi brani, speriamo di mettere un pochino da parte la nostra proverbiale lentezza e di pubblicare il secondo disco nel prossimo autunno...
 

LINK

www.quartettolescargot.com

www.myspace.com/quartettolescargot

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categoria : interviste, folk, world music, artisti autoprodotti, progetti acustici, concept band

postato da GroudyBlue [Chiara Marra] alle ore 11:27
26/07/2009

In un monolocale di Milano vive sottovuoto un uomo, non biondo e non alto. E’ Andrea Miranda e quando un musicista napoletano refrigera il suo sound nasce una chimica strana e brillante. Intelligente, anche con quel timbro provinciale di carattere verace, ma elegante come cantautore e universale nello sguardo testuale.

Vocecevò è il suo full lenght autoprodotto ma con tutti gli attributi del caso.
Uno degli album meglio riusciti nelle trame del sottobosco che ho sentito negli ultimi anni, devo dire.

Cantautore versatile tra narrazioni, giochi di parole ad effetto, anima folk più arcaica
e tradizionale e anima rock moderna, auto ironica. Artista sempre a caccia di ‘ situation’ da raccontare, tutto all’insegna del groove. Il carattere napoletano di canzoni dialettali e non, eguaglia uno spirito brioso che tra tarante e tarantelle maschera sotto il groove più trascinante anche canzoni di attuale denuncia. Eclettico, e forse anche per questo fruibile non solo alla sua etichetta da made in Campania ma aperto a contaminazioni intriganti, anche del sound internazionale. Ottima infatti l’amalgama di una line up della sua band davvero strepitosa, uno su tutti Andrea Sosto (chitarre – tastiere – basso)

Musical box l’universo di Vocecevò, non traducibile in un linguaggio diverso da ciò che è. L’Ascolto dunque è d’obbligo, date un’occhiata alle tracce dell’album interamente disponibile su Rockit in formato streaming: ed è scaricabile e acquistabile in formato cd sul sito uffiicale .

Cerchiamo di farne un breve sunto: poche le influenze prese tout court da altri artisti, ineffabile. C’è un po’ in un aerosol casuale un’ infarinatura dai fratelli Bennato, e per il sound etnico e per la ricerca della “trama” di ogni testo in giochi di scrittura tanto articolati quanto d’espressione di getto, qualche rivolo rarefatto alla Marco Parente in versione e un timbro alla Battisti molto sud. Carattere, originalità istrionica sono gli ingredienti principali con una bella mediterraneità universale.

Chitarre ovunque, bella copertina il rock del brano di apertura Corde Vocali con lungimiranti strutture sonore. Pascalone ‘e Nola è una storia di provincia, una cronaca resa al popolo, un ritratto di una Gomorra in musica che sottolinea la capacità di creare una “short story” nei testi, vero gioiello del disco tanto eterogeneo negli argomenti tanto ricco di collante che lega insieme tutti i fili più disparati.

Dalla ricerca della musica popolare, Andrea Miranda non dimentica il polistrumentismo della tradizione folk del sud, pienamente godibile in Sicchietto, brano folk che è tutto una festa con una buona dose interpretativa di teatro fatto canzone. Un vero contenitore variopinto questo disco di 11 brani sempre vigile senza bridge e ritmi rallentati. Gran bella pagina rock per la cangiante C’èddio, brano che affronta in modo spigliato e artistico una carrellata teologica di Dio, dèi, divinità laici e atei dalla politica alle favolistiche tradizioni di ogni cultura tra Iside, Odino e Gesù in un affresco di credenze. Brano tra i meglio riusciti del disco.
Auto ironia in un brano come Tube Di Falloppio, tentativo di una canzone d’amore alternativa limpida e dalla bella vocalità, lì dove un po’ s’avverte questo timbro alla Marco Parente e sempre sulla scia del rock più condensato, parte Mela, un brano riflessivo sui veleni dispersi nell’ambiente “ma non tanto appena appena/ nel rispetto della norma sotto il tetto stabilito” che fanno del risvolto civile di questo disco un grande occhio sul mondo che sa osservare da un angolatura profonda e particolare ma sempre nel segno di un viatico leggiadro di una musicalità gradevole e trascinante così come fa il ritmo di Bastoncino, un brano da tradizione che in realtà denuncia il mondo delle molestie sessuali sui ragazzi…
Molto Bionda è un brano autoctono milanese, tra via Torino e i tram, brano d’amore anti-romantico ed entusiasmante… Guglielmina è invece un piano rock arso e desolato, una storia di perdizione e diseredati.

Irriverente disco dance e vena sinthy per Punto E Accapo, il vademecum di come si scrive una poesia. Finale a sorpresa con Andrew Miranda, brano freak tra blues e scherzoso manierismo da song writer all’americana dalla voce rauca.

IN CONCLUSIONE

Bel disco, proprio bello. Energico e disparato, per tutti i gusti. I link ce li avete, ascoltatelo subito.

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categoria : musica, folk, rock, demo, cantautori, etno music, sotto i riflettori, canzoni di denuncia, debutti, > andrea miranda

postato da GroudyBlue [Chiara Marra] alle ore 12:32
13/06/2008

Chi sono i Lingalad? Domanda squisitamente allettante che svela un percorso tutto da scoprire: una concept band di Bergamo in versione "gruppo famiglia" nota in Italia fino in Canada per il suo focus artistico dapprima tolkeniano e poi fantasy artisticamente più personale.
Bastano le rime dei versi del Signore Degli Anelli per fare dell'ermeneutica di Tolkien un linguaggio - musica del tutto affascinante e unico, ma l'evoluzione può attuarsi senza sminuire l'incanto: cantiche pastorali, bucoliche lirismi elfici e fantasie da menestrelli altisonanti o cantastorie della natura.

Ben noti alla "stampa che conta" (Corriere Della Sera, La Repubblica, Panorama, Rai, etc) questi Lingalad, ma anche fermamente decisi a rimanere nella sfera discografica dell'autoproduzione per antonomasia.
Un piede sotto i riflettori e l'altro nella placenta benevola della nicchia: insomma, tutto è congeniale ad una dimensione da Terra di Mezzo tra il successo e il sottobosco. Maîtres à penser nel panorama della musica fantasy a livello mondiale anche con concerti oltreoceano, i Lingalad si possono inserire in un genere folk progressive con una folta amalgama di strumenti a corda ricercati come ghironde e bouzuki accanto inserti flautistici dalle influenze andine e intimiste che all'orecchio ricordano i Pentangle, gli Steeleye Span e qualche folgorazione da Jethro Tull che con la voce di un "bardo - poeta" come Giuseppe Festa riescono a fiorire mood dalla sensibilità a fior di pelle.

E se è già tempo di best of per incarnare la crescita musicale nata con Tolkien e proseguita per vie del tutto personali, per festeggiare una carriera fittissima e rocambolesca dal 1999 al 2007, ad un cd riassuntivo di ben 22 brani, si associa anche il ricchissimo corollario di un libro particolare "La Musica dei Lingalad da Tolkien ai Segreti della Natura". A curarlo è il giornalista musica Donato Zoppo in uno stile tutto particolare, verrebbe da dire "corale": non una semplice monografia sul gruppo ma un ingegnoso grandangolo accomodante sull'intero vademecum della cosmogonia tolkeniana trasversale al corpus di opere del grande maestro JRR , ai concept musicali dagli anni 60'-70' dedicati al genere fino alle recenti produzioni progressive e metal, senza nemmeno dimenticare i tributi tolkeniani italiani come la Sinfonica Tolkeniana di Edoardo Volpi Kellermann e ovviamente non può mancare nemmeno lo spunto per uno spirito critico su Peter Jackson: un contesto che gradevolmente plana tra la conoscenza della band in una biografia atipica e curiosa dove ormai il terreno è spianato per approfondire l'universo Lingalad attraverso critica musicale, stralci di diario della band e un folto album fotografico attraverso ricordi, sensazioni, retroscena interamente a colori. Un viaggio tutto da scoprire pieno di sorprese. Un libro che dovrebbe essere un cult per gli amanti del fantasy con mille cassetti pieni di sorprese e per chi ancora non conosce i Lingalad, questo libro sarà un'ottima guida per prenderne subito familiarità e appassionarsene.


►L'INTERVISTA A DONATO ZOPPO

1. Si può dire, che il tuo libro sui Lingalad è nato quasi per caso. Avresti dovuto curarne l'introduzione, ma poi la prospettiva si è allargata, come è scattata questa scintilla?

DZ: La scintilla è alla base del nostro rapporto, e ancora oggi nelle numerose presentazioni che facciamo, ci sono continue scintille creative, un feeling profondo che prosegue imperterrito. I ragazzi mi proposero di firmare un'introduzione, poi il rapporto è cresciuto, loro hanno capito il mio slancio verso la loro musica, io ho voluto sempre di più approfondire questo percorso tra folk e fantasy, e allora abbiamo fatto il grande salto!

2. Oltre alla tua attività di giornalista musicale non dimentichiamo il tuo libro Altre Storie - La Compagnia dell'Anello di tolkeniana memoria che quindi non ti lascia scoprire impreparato in materia. Dunque quando hai cominciato a stendere il tuo libro sui Lingalad avevi già una mappa concettuale da seguire. Ci spieghi come ti è nato la spunto di un'impostazione così ricca e trasversale?

DZ: Avevo scritto un saggio per il libro sulla compagnia dell'anello spinto da due motivazioni. La prima era legata ad un'esigenza - che mi porto dietro da quando scrivo - di fare giustizia, di dare un mio contributo alla storia di un gruppo storico ma, purtroppo, poco noto e snobbato per motivi legati alla loro adesione agli ideali della destra extraparlamentare. Il secondo motivo è legato ad una sfida: io sono un "anarchico metafisico", e ho voluto comprendere cosa spingeva in anni "rossi" una band ad abbracciare un pensiero "scomodo" e difficile. Per i Lingalad è stato un po' diverso: mi sono innamorato della loro musica, ho voluto approfondire il loro legame con il mondo della fantasy e di tolkien, un mondo che qualche anno fa avevo seguito ma che purtroppo avevo lasciato, preso da altri interessi e in cammino su altre vie.
L'impostazione del libro è stata obbligata, nel senso che c'era una storia da raccontare, con interventi di amici e addetti ai lavori, ma ho voluto concepirla come un racconto, che ben si addice all'indole da cantastorie di Giuseppe e i suoi.

3. Sei sempre stato un segugio nello scovare talenti musicali interessanti, ma stavolta, per i Lingalad, la tua "compagna di viaggio" Elena Biagioni ti ha preceduto. Cosa ti ha colpito nel tuo primo approccio con la band di Giuseppe Festa?

DZ: Il primo cd che ho amato dei Lingalad è stato "Il canto degli alberi", interamente strumentale, che mi ha letteralmente stregato. Poi è nato l'amore per gli altri dischi, ma il colpo di fulmine è scattato sull'onda emotiva di queste tenui trame strumentali, della malinconia e della gioia che questi brani sanno sprigionare, della leggerezza che non è mai banalità, delle melodie che vengono da lontano e vanno ancora più lontano...

4. Certo, la sfera tolkeniana è un micro cosmo tutto particolare, ma questo piede nell'autoproduzione accanto ad una cassa di risonanza importante, cosa ci lascia prospettare? Si può dire che in qualche modo, essere un artista indipendente può essere comunque un trampolino di lancio se ce meritocrazia?

DZ: Ammiro i Lingalad per la loro strenua difesa dell'indipendenza e dell'autoproduzione. E' vero che inizialmente hanno goduto di una grossa esposizione grazie alla "moda tolkieniana", ma hanno avuto anche l'audacia di lasciare il mondo fantasy per spingersi su temi naturalistici, e questo è stato un passaggio molto importante e coraggioso. Sono d'accordo con te, emergere per un artista indipendente può essere molto difficile - se non impossibile - ma alla lunga la costanza e la tenacia premiano, e i Lingalad lo dimostrano.

5. Tu che spesso viaggi per lavoro, la geografia musicale dell'Italia indipendente la conosci, di Bergamo che impressione hai in generale?

DZ: Bergamo è una città storica del jazz italiano e ancora oggi ci sono ottimi musicisti di area jazz-fusion che si esibiscono molto spesso. Ti segnalo anche un nutrito drappello di formazioni di area progressive: i Malaavia, la Torre dell'alchimista, gli storici Minstrel, i Modal Sound Trio. E poi un grandissimo vocalist che si chiama boris Savoldelli, talento inctredibile, che suona spesso con quell'altro geniaccio del sax che è Joe La Viola. insomma, c'è un bel fermento!

6. E per concludere, se dovessi scattare una snapshot della tua esperienza legata ai Lingalad?

DZ: Una in particolare non ce l'ho, ma ricordo con immenso piacere tutte le presentazioni che abbiamo fatto, perchè alla fine ci si diverte, si sta bene insieme, si parla, si suona e si sogna. Devo però ringraziare i Lingalad perchè grazie a loro ho scoperto e riscoperto molte cose importanti, alcune delle quali sono davvero difficili da dire... Grazie Lingalad! E grazie a te chiara per l'attenzione che hai rivolto alla mia modesta opera.

► CREDITS:

DONATO ZOPPO (Salerno, 1975): giornalista musicale e incorreggibile divulgatore di rock progressivo, jazz e musica di confine, scrive per testate come Wonderous Stories, Le Vie Della Musica e L’Idea.

È tra i fondatori del popolare portale MovimentiProg, è responsabile musica del free-magazine romano Metromorfosi, è conduttore del popolare radio-show Rock City Nights. Dal 3 marzo 2008 ogni giorno, alle 8.45 (in replica alle 23.45), Radio Città trasmette la sua rubrica quotidiana di musica A Day In The Life. Dal suo progetto TranSonanze, un ciclo di presentazioni di libri di argomento musicale in libreria, è nato l'omonimo blog, dedicato alla presentazione dei più interessanti libri musicali.

Ha scritto Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico (Editori Riuniti 2006), ha partecipato ai volumi Racconti a 33 Giri - 50 Album per Scoprire il Rock Progressivo Italiano (2003), Altre Storie - La Compagnia dell'Anello (2006) e 100 dischi ideali per capire il rock, curato da Ezio Guaitamacchi (Editori Riuniti 2007). Alla fine del 2007 esce per la Bastogi il suo nuovo libro: La Musica dei Lingalad - da Tolkien ai Segreti della Natura.

Scrive racconti zen, collabora alle produzioni della Vocidentro Films del regista Umberto Rinaldi, dirige l’ufficio stampa Synpress 44.

Il suo blog di comunicati e news di argomento musicale è:

Tabacchi e Tarocchi

Il suo nuovissimo blog è ricco di consigli musicali, infatti:
Chi va con lo Zoppo... ascolta buona musica!

contact: http://www.myspace.com/donatozoppo

►PER SCOPRIRE I LINGALAD:

www.lingalad.it
www.myspace.com/lingalad
 

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categoria : libri, il signore degli anelli, folk, iniziative, cantautori, progressive rock, artisti autoprodotti, temi musicali, progetti acustici, best of, > lingalad, concept band

postato da GroudyBlue [Chiara Marra] alle ore 21:45
09/06/2008

I passi del cinema muto, le corse della Nouvelle Vague in quell'epicità stilizzata da visi di porcellana in bianco e nero, le creature di Tim Burton e la più vivida Arancia Meccanica: è la perturbazione della fisionomia immaginifica degli Oniric nel seme ancestrale alla base di Boulevard Cinema: concept - EP nato dal duo beneventano di Gianpiero Timbro (voci, chitarre, basso, batteria e testi) e Carlo De Filippo (sinth e tastiere).

Eterei, delay e chiaramente onirici.
Forte la demarcazione avant guard, magari accattivante per i canoni della scena indipendente tedesca della
Prophecy Productions(e non a caso torna in mente Undressed Momentodei romani Klimt 1918). L'effetto dimensionale è profondamente interiore in quel mood da portamento elegante tutto da scoprire che ama l'amalgama acustica alla chitarra fino a schiarirsi nei rivoli folk rock ammiccando, perché no, ad un alone progressive e uno spettro new wave.

Gli Oniric fermentano in atmosfere palpabili dalla vena dark - progressista incline a tinte da favola nera tanto amate da Robert Smith, da Dustin O'Halloran dei Devics e dai più vicini …A Toys Orchestra", colpisce l'evoluzione sonora dal gotico all'acustico più intimista in un'enfasi progettuale raffinata e molto personale, a tratti perfetta per un velo da soundtrack che ricorda la fabula melodica del pianoforte di Yann Tiersen e i rarefatti suoni pulp di Rob D.: tutto è il risultato di una maggiore concentrazione: in principio fu il sapore da ballata cominciato nel demo Suggestioni(2006) poi proseguito con due singoli come Detroy Paranoia al fianco della vocalist Simona Giusti e Blessing, due brani tanto potenziali da lasciare già il segno di un suono che già è inconfondibile sia nelle atmosfere che nella composizione.

Stupendo il tappeto melodico di Carlo De Filippo dalle incursioni più classiche in downtempo alle infiltrazioni sinthy come negli affreschi sonori del preludio di Le Petit Acteur e Boulevard Cinéma, che già scoprono l'intenzione di un lavoro arrivato ad una concezione più matura ma allo stesso tempo alla ricerca di nuove strade con quell'effetto studio che smussa una propensione alla fascinazione da drum machine che osa (con successo) un climax più increspato come in Leitmotiv Zarathustra e in Stanley Kubrick che ben rendono il riassunto di un concept nel concept, pensiamo ad esempio all'impianto melodrammatico degli "Yes Sir, No Sir" citati così profondamente calati nel personaggio di Alex di Arancia Meccanica.

Un EP di diapositive melodiche affascinante e pregnante, originale e calato in una dimensione meta - artistica che ama la trasversalità con il visual effect, nella scrittura che allude al figurativismo, agli effetti degli Oniric in versione live.

E per i tempi a venire, s'intende che la strada al primo full lenght è spianata...

2008 - unsigned

TRACKLIST

1. Le Petit Acteur (prelude)
2. Boulevard Cinéma
3. Leitmotiv Zarathustra (prelude)
4. Stanley Kubrick

DISCOGRAFIA

Suggestioni ( unigned 2006, EP)
Detroy Paranoia (unigned 2006,singolo)
Blessing (unigned 2007,singolo)
Boulevard Cinéma (unigned 2008,singolo)

GLI ONIRIC SONO

Carlo De Filippo: keyboards, synths
Gianpiero Timbro: vocals, guitars, drums, bass, lyrics

Guest musician:Simona Giusti: vocals, acoustic guitar, laptop, tambourine

Sounds and VJ set:Tony B. Art, Music and Video

►LINK:

www. oniricband. org
www. myspace. com/oniricband
http://www.youtube.com/watch?v=LwvtjHgSwmQ

►L'INTERVISTA


1. Constatazione d'obbligo: quando c'è un concept c'è sempre una forte struttura di Pensiero alla spalle. Come nasce l'intento di un connubio tra musica e la filosofia estetica delle atmosfere - gotha di un certo spessore cinematografico?

Nel nostro approccio reminiscente il Cinema si rivela un ottimo strumento per rievocare emozioni apparentemente svanite. Il piacere della riscoperta o semplicemente della conoscenza di cose esistite in passato è un elemento scopribile attraverso la macchina da presa, attraverso artisti in cui ritroviamo lati del nostro carattere.

2. All'infuori del progetto Oniric, ognuno di voi ha avuto una strada musicale tutta sua.
Gianpiero, tu provieni dai
Sonoria, e la tua attitudine polistrumentista ti ha fatto passare dalla batteria alla chitarra come strumento principale, ci puoi spiegare come è cambiata la tua visione artistica? D'altraparte, anche i tuoi progetti da solista come Declino Di Transizione segnano ancora un altro percorso…

La mia creatività è venuta fuori gradualmente fino ad arrivare agli Oniric e successivamente a GianVigo. E' stata un'evoluzione naturale. Declino di transizione rappresenta un periodo particolare della mia vita, in cui mi sono spostato di più verso altri tipi di sonorità. Ma quasi subito sono tornato ad esprimermi attraverso sonorità più eteree. ( Vedi The sky is so far away, La quiete, Galaxy e-bow ).

3. Carlo e per te? Si può dire che il progetto Oniric sia il crocevia tra la musica classica in purezza e l'attitudine metal della tua ricerca artistica al fianco dei Drammagothica in chiave metal? Spiegaci meglio…

Non sarebbe proprio giusto definirlo un crocevia perchè mai è stato quello l'intento. Le sonorità gothic riscontrabili in Oniric sono di stampo diverso rispetto a quelle di dovere dei Drammagothica, in quanto nel primo caso esse si estendono in uno spazio abbastanza indefinito, in totale naturalezza, senza le dettate restrizioni che i canoni impongono.

4. Nascete come duo ma al vostro fianco la featuring con Simona Giusti ha avuto comunque un incidenza particolare. Come è affiorata la sua collaborazione?

E' affiorata così silentemente che neanche abbiamo avuto modo di accorgercene, la ricordiamo ancora 12enne con il suo 'la la la la' che girava per la nostra sala prove imparando a memoria tutti i nostri pezzi. Ed eccola sui palchi con noi ora ... ;)

5. I testi dei vostri brani hanno un fascino particolare, specialmente in Boulevar Cinéma è come se avessero un blocco immagine incorporato. Qual è la placenta della loro creazione?

I testi provengono da un'idea di fondo che viene adattata alla musica e che ne costituisce l'embrione. Sono sensazioni comuni che vengono trasmesse attraverso il rievocare vecchie cose. Le tematiche affrontate sono del tutto spontanee, sono trattate da flussi di pensiero continui.

6. L'infiltrazione di un varco musicale che sperimenta la drum machine sembra assecondarvi. Se questa ricerca continuerà, questo nuovo elemento come potrebbe modellarvi?

Non ci preoccupiamo se un giorno dovessimo continuare ad usare la drum machine o meno, non vogliamo imporre ciò a noi stessi. Se i pezzi dovessero richiederla ben venga, sicuramente ne verrebbe fuori una linea onirica 'movimentata'.

7. I visual effect da dj set accompagnano spesso le vostre esibizioni fino a diventare parte integrante della vostra arte. A monte, come è nata questa idea?

A monte vi è sempre la voglia di rievocare qualcosa che vagamente ricordiamo del nostro passato, come ad esempio la visione di un film; a ciò si aggiunge la voglia di rievocare anche un passato non propriamente nostro e cercare di riviverlo con fotografie e filmografia d'epoca. Associare questi elementi con la nostra musica è sicuramente sinonimo di una volontà di espressione che scende fino in fondo. Così come il cinema per completarsi ha bisogno della musica, riteniamo che anche quest'ultima, per rendere al meglio nel nostro approccio ha bisogno delle immagini.

8. Live ma anche atmosfere studio, Gianpiero, tu dici che gli Oniric raggiungono il loro zenith soprattutto in studio. Ci spieghi che mood si respira?

Ci piace stare insieme, si sta in tranquillità, si scherza, si ride. E' un ambiente caldo e confidenziale che ci dà la possibilità di stare rilassati. Un mondo dove svanisce la routine e la quotidianità, viaggiando virtualmente alla scoperta di nuovi lidi.

9. Gli Oniric nascono a Foglianise in provincia di Benevento, quella che sembra essere una delle province campane più musicalmente intriganti, voi sembrate dimostrarlo grazie alla pluralità dei vostri progetti musicali dentro e fuori gli Oniric. Per voi che la vedete da dentro questa zona, secondo voi, quali potenzialità ci sono e cosa dovrebbe cambiare?

Non tutti ancora affrontano la band con la mentalità giusta, e molte band dalle ottime capacità si perdono nei meandri dell'insicurezza dovuta al fatto di mettersi a fare cosa per cercare di attecchire sul pubblico di massa.

10. Anche Roma è una vostra zona franca musicale, ma balza agli occhi la data del 18 luglio del vostro concerto a Vienna. L'estero si rende più meritevole delle realtà emergenti?

E' bello suonare ovunque e divulgare la propria musica attraverso i concerti, scoprire nuove realtà, fare nuove esperienze. Attraverso internet ci siamo resi conto che all'estero vi è un'attenzione maggiore al movimento indipendente, pare che in Italia arriviamo sempre con un pò di ritardo.

11. Dopo Boulevard Cinéma è forse arrivato il momento di un full lengh?

Abbiamo molto materiale, ci farebbe molto piacere sottoporre il nostro progetto a una label e casomai iniziare a pensare alla realizzazione di un album, o al massimo autoprodurlo. 

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categoria : musica, interviste, post rock, folk, demo, gothic, progressive rock, artisti emergenti, sotto i riflettori, concept album, > oniric

postato da GroudyBlue [Chiara Marra] alle ore 08:24
25/08/2007

Ricordate Carlotta? La cantante con il maggiolone giallo che nel 2000 intonava il tormentone Frena?

 

Eccola, finalmente è tornata e questa volta lo fa con un progetto musicale fresco,spontaneo ma ottimamente congeniato : tutto prende forma lontano dai clichés delle major discografiche e dai suoi album Smak! (2000) e Gelosia (Se Dovessi Strangolarla Allora Legami, 2002) .

Nasce così il progetto Scarlatto una band umbra e un album sotto il segno di un originale sodalizio tra musica folk/acustica, vecchi vinili pop anni 50’ e old jazz anni 30’ tra accenni di rumba e  bossa nova che riportano Carlotta ai suoi studi di canto jazz primordiale di quando amava Ella Fitzgerald e Duke Ellington

 

La voce calda e piena di femminilità di Carlotta (Carla Quadraccia)  in sinergia perfetta con la realizzazioni dei testi spesso a quattro mani  in collaborazione con il batterista Valter Sacripanti creano una miscela tra situazioni giocose e introspettive sempre all’insegna dell’autobiografia tra amore, passioni e liricità e divertimento puro mentre sullo sfondo, agli arrangiamenti al piano e alla fisarmonica ci pensa Riccardo Ciaramellari, alle chitarre David Pieralsi e al basso e contrabbasso Sandro Rosati.

 

Scarlatto è un disco scevro di effetti sonori aggiunti, molto verace e diretto: registrato in unplugged nel teatro di Amelia  (Terni) è concepito per un’ ascolto profondamente legato alle performance live per un sound eclettico 360 gradi.

 

Sono tante le canzoni che entrano subito in testa: prima fra tutte La Coscienza Di Sabrina, trascinante tormentone folk dalle grandi capacità interpretative ed emozionali della voce di Carlotta che plana perfettamente anche su atmosfere più dense e delicate di Daria o la bellissima ballad La Ronda Dell’Amore, lo stile Glenn Miller di La Sentenza e il freak jazz in allegretto di L’Emigrante in quella classica chiave interpretativa da sound disinvolto e testi che scagliano riflessioni come il pamphlet distratto di Il Padrone Della Musica che scaglia una frecciata all’industria giocattolo dei discografici.

 

Scarlatto è dunque un album è un progetto musicale destinato a fare faville, se resterà isolato dalle hot radiofoniche poco importa, ma l’esperienza di un album d’autore dal sapore retrò e allo stesso tempo rivitalizzato in una risoluzione attuale è pronto a regalare una grande piccola perla del sottobosco musicale.

 

►EXTRA

 

In questo primo full length  degli Scarlatto, progetto che sembra avere un sicuro seguito nella carriera musicale, potrete trovare anche un’ottima traccia interattiva sul making of dell’album

 

►TRACKLIST

 

  1. Scarlatto
  2. Daria
  3. La Coscienza Di Sabrina
  4. L’Inverno Passerà
  5. Il Padrone Della Musica
  6. La Ronda Dell’Amore
  7. L’Emigrante
  8. La Sentenza
  9. Arida
  10. Sposa d’Amor
  11. Scioglilingua

 

2006 – CastorOne Edizioni Musicali

 

►GLI SCARLATTO SONO

 

Carlotta (voce)

Riccardo Ciaramellari (pianoforte,chitarra)

David Pieralisi ( chitarre)

Sandro Rosati (baso e contrabbasso)

 

 

►LINK

 

Il Sito Ufficiale: www.scarlatto.net

Gli Scarlatto su MySpace: www.myspace.com/scarlattomusic

 

 

►L’INTERVISTA CON CARLOTTA

 

1. Il progetto Scarlatto appare come una miscela entusiasmante di emozioni in musica, come è nata la vostra salda unione?

Ci conosciamo da tanti anni, abbiamo suonato insieme in tante occasioni e situazioni diverse, dall'orchestra di liscio, al piano bar, al jazz..
Di base quello che ci lega profondamente è il percorso musicale che le risorse della nostra zona ci hanno portato a fare.

2. Il vostro exploit musicale è contrassegnato da questa originale miscellanea tra folk e sonorità retrò delle vecchie canzoni anni 40’-60’ e del jazz anni 30’ affine al background della scuola di canto di Carlotta, da dove nasce l’unione di due stili tanto diversi?

Il percorso formativo di ognuno di noi, è passato attraverso i generi che hai elencato, Scarlatto è il risultato quindi della nostra "spremitura"!!

3.E veniamo a te, Carlotta:  messa da parte l’esperienza sotto i riflettori con la Carosello Records tra il tormentone pop di Frena e la partecipazione al Festival di Sanremo 2001 con Caresse Toi e la hit di Gelosia sei sparita dai riflettori, ora che sei nel vivo di un progetto indipendente come quello degli Scarlatto,come percepisci il contrasto del modo di vivere tra industria musicale e “musica fatta in casa”?

Secondo me c'è una componente fondamentale che distingue questi due modi di vivere la musica: la ricerca del successo economico. Come tu dici, la prima si chiama INDUSTRIA, e come tale ha per scopo primario la produzione di ricchezza economica, l'obbiettivo primo e ultimo di vendere, a qualsiasi costo artistico. Non che a me non piaccia riuscire a vivere di questo, ma di certo non al costo di snaturarmi, non più!!

4. Rimanendo in argomento, impossibile non citare la canzone Il Padrone Della Musica, con un chiaro riferimento al mondo della musica delle grandi etichette con un pamphlet mascherato ma non troppo di ironia… un commento in proposito?

Vivevo un momento di grande stanchezza psicologica, dovuto alla mancanza di dialogo con i miei discografici. Non riuscivo più neanche ad ottenere un colloquio telefonico con loro!!
Così decisi di mettere in mezzo gli avvocati, pensai che almeno a loro avrebbero risposto..
Mi richiamarono, provammo a capirci ma non riuscimmo nell’ardua impresa.. trovai così le ultime frasi per quel testo iniziato da tempo.
Ad oggi tanto di quel rancore è svanito, rimane un brano che mi diverte cantare nei concerti.

5. Carlotta,escludi di ritornare un giorno sotto i riflettori delle grandi etichette?

Non lo escludo affatto. Questo progetto, da quando è nato, ha incontrato i favori e l’interessamento di diversi “operatori del settore”. Abbiamo bisogno di chiunque sia interessato a far crescere Scarlatto. Ciò che difenderò a tutti i costi, sarà la sincerità e la purezza dei nostri brani, concepiti esclusivamente per esprimere al meglio le nostre idee ed emozioni, senza dover per forza rispettare l’andamento del mercato.


6. Tornando al progetto Scarlatto, sei stata tu la prima a volere quest’avventura musicale senza freni. In cosa ti ha rigenerato?

Nei concerti io dico che anziché farmi 3 anni di psicanalista, ho fatto un disco!
Ha rigenerato tutto di me, soprattutto la mia dignità e autostima. E’ stata una grande prova che dovevo a me stessa, alla donna che sto diventando e che non era più rappresentata da un certo percorso artistico. Ho sentito il bisogno di onorare le mie radici, ed è stato un percorso naturale quello che ha fatto avvicinare al progetto tutti musicisti della mia terra.

7.I testi degli Scarlatto hanno sempre un retrogusto autobiografico e strettamente vicino a persone che conoscete, volendo scegliere il vostro cavallo di battaglia ufficiale quale scegliereste?

Quando si scrive tutto con il cuore, è impossibile scegliere il brano migliore, è quasi come dire ad un genitore di scegliere il migliore tra i suoi figli. Direi che il pubblico dei live ha decretato “La coscienza di Sabrina” il brano più trascinante tra quelli proposti finora.
Chi ha avuto modo di ascoltare solo l’album si dirige di più su brani intimistici come “Daria” o “La ronda dell’amore” o “L’inverno passerà”.

8.Il vostro album è stato registrato nel teatro di Amelia, il vostro paese. Che dimensione artistica avete respirato durante questo lavoro?

Si, siamo stati 8 giorni chiusi in teatro, a novembre , senza riscaldamento..! Ve ne è testimonianza nella traccia video contenuta nell’album! É stato comunque meraviglioso, anche se non sono mancati momenti di tensione o preoccupazione per qualche arrangiamento o testo che all’ultimo minuto sembrava non girare bene, ma tra noi c’è un buon equilibrio e mantenendo la calma siamo riusciti ad ottenere un ottimo risultato.

9.Alla vostra Umbria siete profondamente attaccati. Qui com’è stato accolto il vostro primo album?

Con grande curiosità e poi apprezzamento. In zona ci conoscono bene per i nostri trascorsi individuali, già dai primi concerti c’è stata grande affluenza e le vendite dell’album hanno dimostrato il grande affetto della nostra gente per noi.

10. Ovviamente Scarlatto è un progetto che avrà nel cassetto nuove idee da realizzare insieme, qualcosa bolle già in pentola?

Non smettiamo più di scrivere, è il nostro modo di comunicare, come parlare o guardare negli occhi chi ti sta davanti. In particolare Valter (batterista) ed io, siamo legati da una profonda e bellissima amicizia. Lui da ogni mio racconto o confidenza ne fa l’inizio di un brano, così mi risulta facile continuare a parlare di qualcosa che mi appartiene e portare a termine la canzone.
Quasi tutti i nostri brani nascono proprio così!
Ci sarà quindi un nuovo album, ma non sappiamo ancora quando.
In inverno poi suoneremo in giro per locali, continueremo a far conoscere il progetto e inizieremo ad inserire nuovi brani.

Tutte le news sul nostro sito www.scarlatto.net
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categoria : folk, jazz, a volte ritornano, cantautori, sotto i riflettori, > scarlatto, old pop

postato da GroudyBlue [Chiara Marra] alle ore 14:49
22/04/2006

Chi ne ha sentito parlare dovrebbe saperlo: Nicola Barghi e la sua chiave rock blues è ormai un binomio consolidato, se Time Of Vår (2005) non fosse un album autoprodotto e ancora da scoprire per il grande pubblico si tratterebbe di una pietra miliare: è il risultato di una crescita artistica che arriva dopo la solida base folk-rock-blues di I Must Be Wrong (2002).
Se l’esordio ha preferito una vena soft, più morbida e quasi arpeggiata negli impatti acustici, Time Of Vår si impone un restyling più grintoso che comunque non tradisce il suo passato, anzi lo amplia e sia le influenze di I Must Be Wrong che le sperimentazioni sonore di
Mind’s State in qualche modo influiscono su Time Of Vår che comunque dimostra grandi segni di maturazione creando un mix perfetto tra energia e ballads che in 9 tracce musicali riescono a strutturare un ottimo riassunto della poliedricità musicale di Nicola Barghi.

►GIOVANI NOTE CRESCONO

Se Time Of Vår si propone come un album da opera prima, la presenza di un frame di introduzione e un finale sono una sorta di copertina ad un disco soddisfacente.
Si dice che la prima pagina ricopra sempre un ruolo primario e questa prima pagina, Nicola Barghi la dedica al brano che dà il titolo all’album Time Of Vår, appunto: si tratta di un brano graffiante e articolato su una base densa dal sapore rock… ma questa non è solo una canzone, è un asso nella manica. Nicola Barghi ci ha anche realizzato un video musicale e per una volta, nel 2002, il brano di Time Of Vår è riuscito ad entrare nei palinsesti radiofonici di Radio 1 nella rubrica del programma Radio Demo.

►ASCOLTANDO TIME OF VǺR

Se una canzone come Time Of Vår riesce ad essere un ottimo input, l’intera tracklist non è da meno. Ne è il caso la vena anglosassone del rock di The Glass House Man che non si lascia sfuggire quel retrogusto folk tanto familiare a I Must Be Wrong, ma per scagliare senza freni le scariche elettroniche dei virtuosismi alla chitarra, Nicola Barghi sceglie Back To The Rock, vero e proprio biglietto da visita da animale da palcoscenico nonostante l’attitudine di album studio.
Sembra dunque che Time Of Vår sia il contenitore di brani dal sapore ruvido e potente ma è proprio a questo punto che Nicola Barghi colpisce a sorpresa con It's Raining, una ballad acustica dal gusto acquerellato davvero stupenda che all’interno dell’album è quasi uno spartiacque che lascia a Tear Stained Face il dovere di intraprendere un’impostazione musicale di un rock-blues più dilatato che si fa ascoltare tra piccole sfumature melodiche di sottofondo, prima a bagno in uno dei più classici esempi di brit pop e poi, con I Cannot Be Late è impossibile non notare l’esercizio di stile dettato dai canoni di Sgt.Pepper’s Lonely Heart Club Band dei Beatles in cui comunque Nicola lascia intuire il suo marchio d’autore con le pennellate di Mind’s State che si fanno avvertire ma con tanto di fanfare al seguito
Ma Time Of Vår è un album che non lascia un attimo di sosta, come non notare ad esempio Something To Hide che non ha niente da invidiare a Back To The Rock con tanto di cori in falsetto e un sapore vintage tipico del grande rock made in UK degli anni 70’?

In Time Of Vår dunque, di spunti melodici ce ne sono a migliaia: fluidità, potenziale melodico elevato, easy listening e allo stesso tempo qualità musicale rara.
È un album che vola via velocemente e si lascia riascoltare con piacere, ma prima di chiudere lancia la scaglia di Alchemy che altro non è che una rivisitazione del brano di I Must Be Wrong, uno dei brani più caratteristici di Nicola Barghi ai tempi degli esordi, per chi conosce il primo album una domanda è lecita, perche questa scelta? Quando l’ho chiesto a Nicola, mi ha risposto così: “ la
chiusura del cerchio che parte da I Must Be Wrong (proprio il brano che è il 1° di IMBW) è appunto Alchemy, che riprende il motivo della strofa e unisce I Must Be Wrong e Time Of Vår. È come un'unico lavoro, la chiusura di un cerchio, e ora si parte
per nuovi lidi ;) “

ALBUM VERAMENTE CONSIGLIATO!!


►TRACKLIST

01. Footswitch
02. Time Of Vår
03. The Glass House Man
04. Back To The Rock
05. It's Raining
06. Tear Stained Face
07. I Cannot Be Late
08. Something To Hide
09. Alchemy
10. Midnight

►DISCOGRAFIA

Luci E Silenzi (2001) (cd multimediale)
I Must Be Wrong (2002)
Mind's State (2003)
Time Of Vår (2005)

►PER ACQUISTARE L’ALBUM:

www.nicolabarghi.com
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categoria : folk, rock, cantautori, artisti autoprodotti, sotto i riflettori, brit pop, > nicola barghi